Verso una biennale di bioarchitettura

Visitando la XV Biennale di architettura la prima cosa che balza al’occhio è che la stagione delle archistar è (finalmente) finita.
Un primo sentore si era avuto già con l’edizione 2014 dove ai grandi progetti erano stati preferiti i “fondamentali” dell’edificare (finestre, pavimenti, scale, maniglie), ma quest’anno il cambio di rotta è ancora più evidente. le opere in mostra sono infatti rivolte in gran parte alla riqualificazione di aree periferiche urbane, centri di accoglienza per immigrati e zone colpite da disastri naturali o bellici. Esemplare, in tal senso, il Padiglione Italia (realizzato con il materiale di recupero di quello irlandese dell’Expo) dal titolo significativo “Taking care” dove i progetti esposti sono una testimonianza sul contributo sociale che l’architettura può offrire. Non mancano, poi, proposte di tecniche e materiali tradizionali come quelli biologici, organici o di recupero, volte ad un impatto ambientale minimo. Se la precedente Biennale di Koolhaas si poneva come un’edizione di ricerca, oggi quella di Aravena indica chiaramente la direzione da prendere. Una direzione costituita da edifici lontani dai virtuosismi autocelebrativi dell’ultimo decennio ma al servizio dei bisogni delle persone e in sintonia con l’ambiente. img_20161014_153615img_20161014_161824