Bioarchitettura é uno stile?

La domanda che prima o poi si pone chi opera in bioarchitettura è se questa sia anche un linguaggio architettonico. Indubbiamente bioarchitettura vuol dire architettura per l’uomo e per la vita e quindi uso di materiali e tecniche consone al benessere psicofisico delle persone, ma un edificio moderno può considerarsi bioarchitettura al pari di uno antico (che lo è per definizione)? Uno spunto di riflessione lo dà la mostra “Organismi, dall’Art Noveau di Èmile Gallè alla Bioarchitettura” alla GAM di Torino fino al 6/11. Organismi è “una mostra che mette in relazione l’Art Nouveau con la contemporaneità e che propone una nuova visione delle relazioni tra le prospettive organicistiche del tardo Ottocento e le visioni biocentriche di oggi”. Nel visitarla ci si rende però subito conto che tra i vasi liberty di inzio Novecento di Èmile Gallè e le odierne architetture bioclimatiche di Mario Cucinella le assonanze stilistiche sono del tutto assenti. Si evince, cosi, che queste vanno intese piuttosto nel senso della condivisione del principio per cui ogni edificio deve entrare in empatia con la cultura del suo tempo. Ergo, un nuovo edificio bioecologico realizzato in stile contemporaneo è senz’altro più rispondente al concetto di bioarchitettura (in quanto, in primis, architettura) che non uno classicheggiante, il quale potrà considerarsi, al più, bioedilizia. Aggiungiamo noi che una costruzione bioecologica dovrebbe tenere conto anche del posto in cui viene edificata, o, per dirla in termini architettonici, del genius loci. Non è ancora una risposta definitiva al nostro quesito iniziale ma una cosa è chiara; se la bioarchitettura è un linguaggio, allora è quello del nostro tempo e dei nostri luoghi.